Il Carnevale secondo san Giacomo

Il Carnevale secondo san Giacomo

5 Febbraio 2021 Off Di Redazione

Una predica… particolare

Abbiamo lasciato il nostro san Giacomo della Marca alle prese con la stesura, nel 1475, di un sermone sulla nascita di Gesù: partendo dal Natale seguiamo lo scorrere del tempo e arriviamo con il frate marchigiano ai giorni compresi tra febbraio e marzo, meglio ancora al giorno che precede il Mercoledì delle Ceneri.

Il Monteprandonese aveva predisposto, nel ciclo dei suoi sermoni per la Quaresima, una predica per il giorno che inaugura il cammino che conduce alla Pasqua, ma non dimentica di dedicare un apposito sermone a un tema alquanto ‘insolito’, che non ci aspetteremmo di scoprire in una raccolta quaresimale.

Si tratta della predica dal titolo De convivio, pensata per il Martedì Grasso, ultimo giorno del Carnevale: se le baldorie e gli eccessi tipici delle feste carnascialesche impongono infiniti cibi e numerosissime bevande, san Giacomo risponde a sua volta con un sermone che invita a partecipare a un lauto banchetto.

Il frate di Monteprandone scrive di una tavola riccamente imbandita, nella quale vengono offerte ben quattordici gustosissime portate, raccontando però che non è una mensa profana del Carnevale, ma un convivio sacro, che darà modo all’anima di assaggiare ben altre specialità gastronomiche: il religioso rinvia, in definitiva, a un percorso salvifico, associando a ciascuna pietanza una valenza che richiama significati spirituali.

Il contesto di ispirazione appare quello di un banchetto rinascimentale, consentendoci di capire dalla lettura della predica che per Giacomo la convivialità è una pratica non del tutto sconosciuta, nonostante le fonti a nostra disposizione non lo citino mai seduto a tavola, anzi il suo biografo Venanzio da Fabriano accenna a un consumo di poveri alimenti legati alla terra (fave, aglio e cipolle).

Molto articolato è lo svolgimento del sermone: basterà ricordare il nome delle quattordici portate (tradotte alla lettera: si noti la scansione tipica dell’età del Rinascimento) e qualcuno dei significati connessi. Il menù risulta essere il seguente: 

1. Fichi dolci; 

2. Lesso saporito; 

3. Portate gradite; 

4. Salse appetitose; 

5. Arrosto profumato; 

6. Melarancia succosa; 

7. Preziose spezie aromatiche; 

8. Pani abbondanti;

9. Vino gioioso;

10. Acqua limpida; 

11. Formaggio goloso;

12. Sale per condire;

13. Frutti assortiti;

14. Confetture di zucchero.

L’apertura del banchetto con la frutta, secondo le consuetudini alimentari del tempo di san Giacomo, rivela forti richiami a citazioni dell’Antico Testamento, con collegamenti e riletture a volte forzati: i fichi, ad esempio, sono, secondo tutta una tradizione, assolutamente da preferire, perché l’albero del fico fruttifica tre o quattro volte durante l’anno, dunque rappresenterebbe l’uomo giusto, fecondo di una moltitudine di meriti, il quale, mentre compie un’opera di bene, già ne incomincia un’altra; poi il fico – scrive Giacomo – è «un albero che cresce rapidamente e, quando viene piantato, subito porta frutto e ciò a motivo dell’abbondanza. Nota: raffigura l’uomo che sin dall’infanzia cresce nei buoni costumi e in grazia, sino a raggiungere la perfetta giustizia e una comprovata perseveranza».

Curioso anche, per citare un solo altro esempio, il significato attribuito al formaggio: «è bianco e salato: raffigura la castità ben custodita con il sale della sollecitudine. Esempio della volpe e del corvo, come si ha nel libro di Esopo: il corvo, cioè i casti; le volpi, ovvero i lussuriosi, che con le loro adulazioni e lusinghe portano via il formaggio della castità».

Tanto altro, in merito a questo sermone, si potrebbe aggiungere: resta, a tutti gli effetti, una predica da tenere in evidenza tra la produzione scritta di Giacomo della Marca, dal momento che si presenta quale testo con delle particolarità non comuni, meritevole di futuri approfondimenti.