FRANCESCO D’ASSISI IN UN SERMONE DI GIACOMO DELLA MARCA

FRANCESCO D’ASSISI IN UN SERMONE DI GIACOMO DELLA MARCA

2 Ottobre 2021 Off Di Redazione

I primi giorni che aprono il mese di ottobre ci conducono alla festa liturgica del Poverello di Assisi, quest’anno nell’ottantaduesimo anniversario della sua proclamazione a patrono d’Italia (il titolo, condiviso con Caterina da Siena, porta infatti la data del 18 giugno 1939).

È una buona occasione per richiamare alla memoria una predica del Marchigiano dedicata proprio al fondatore dell’Ordine dei Frati Minori, restituita in due dei suoi libri di lavoro, uno conservato presso il Museo Civico di Monteprandone (M 46, cc. 168r-172v), l’altro custodito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. lat. 7780, cc. 62v-66v), ma fino al XIX secolo di proprietà del convento monteprandonese di S. Maria delle Grazie.

Una maggiore conoscenza di questo testo si deve a p. Adriano Gattucci, il quale in un convegno presentò il contenuto della predica e poi, nei relativi atti editi alcuni anni dopo, ne ha offerto lo studio e l’edizione (il contributo, dal titolo San Francesco e l’Ordine francescano nei sermoni di san Giacomo della Marca, si legge in San Giacomo della Marca nell’Europa del ‘400. Atti del convegno internazionale di studi, Monteprandone, 7-10 settembre 1994, a cura di S. Bracci, pp. 245-311).

Gattucci ha anche tradotto l’esordio del sermone, che si intitola De sancto Francisco e ha come versetto iniziale il passo biblico “Vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai sette candelabri d’oro, uno simile a un figlio d’uomo, vestito d’una veste lunga fino ai piedi” (Apocalisse 1,12-13):

 

Come è noto, secondo la filosofia, la perfezione dell’effetto dipende dalla causa; come il fuoco produce il caldo e il gelo il freddo e il sole la luce, così avviene per quanto riguarda la bellezza spirituale della nostra anima: ogni sua perfezione dipende dalla sua fonte, Dio, che ne è il principio. È anche noto come un tempo chi volesse addottorarsi nella vera scienza se ne andasse alle università più famose, da cui, conseguiti i gradi accademici, se ne tornava esibendo la sua bolla di laurea, accolto in patria con i più grandi onori.

Ebbene il santo padre nostro Francesco, volendo attingere la pienezza della vita spirituale, non andò alla ricerca di maestri terreni, che per lo più s’ingannano e sbagliano, ma se ne andò alla superna scuola del cielo dei cieli, dove si trova quel dottore divino, Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza. […] Qui imparò il distacco dai beni terreni, il gaudio della povertà, la luminosa bellezza della castità, la vittoria sulla propria volontà, l’infocato ardore dell’amore divino, la perfetta sequela di Cristo; qui ebbe l’impressione delle stimmate, fino a diventare un’immagine vivente del Cristo. […] Da quella sacra scuola tornò tra i suoi Francesco, dottore in divina sapienza, come eloquentemente attestava la bolla delle sacre stimmate, sigillo della Regola e della sua santa vita […].

 

La predica prosegue sfruttando l’immagine dei sette candelabri, articolandosi così in sette partizioni che illustrano alcuni aspetti e momenti specifici della vita di Francesco: dall’iniziale ‘battaglia’ che il futuro santo intraprende nei confronti dei genitori, dei piaceri del mondo e della paura dell’infermità si passa alla trionfale vittoria sul male attraverso la virtù dell’umiltà, non tralasciando la bellezza della castità, per conquistare la quale – scrive Giacomo nel sermone – è necessaria la preghiera attenta, la penitenza vera e la vigilanza sollecita.

Non meno interessanti le altre quattro partizioni del testo: incominciando dalla grazia si va verso la luce, cioè quel chiarore di cui era illuminata l’anima dell’Assisiate, tanto che poteva vedere non solo le cose che aveva davanti agli occhi, ma anche quelle distanti, future e nascoste; le stimmate, poi, vengono lette come il coronamento dell’esperienza umana e spirituale di Francesco, quell’incontro tra l’Amore e l’amante che fa da scenario all’ultima parte della predica, ovvero un elenco in ventiquattro punti finalizzati a dimostrare la perfetta conformità del Poverello con la persona di Gesù Cristo.

Per concludere: anche questo sermone di Giacomo della Marca dà prova di una abilità non da poco nel costruire un importante testo scritto da sottoporre – in forma orale durante la predicazione – a un ampio numero di fedeli; allo stesso tempo i contenuti francescani raccontano un poliedrico interesse da parte del Monteprandonese verso il santo di Assisi, esemplificato, dal punto di vista letterario, ad esempio attraverso l’attento ricorso a determinate fonti e l’uso del dialogo, con il discorso diretto, tra Cristo e Francesco.

Museo Civico di Monteprandone, M 46, c. 168r