545 anni fa …

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2 Novembre 2021 Off Di Redazione

Il mese di novembre, appena iniziato, ci porta con il pensiero agli ultimi giorni che lo concludono: in questo 2021 l’anniversario della morte di Giacomo della Marca (28 novembre 1476) è una cifra particolarmente interessante, trattandosi di numero ‘quasi tondo’, che ci fa riflettere su come le auspicabili iniziative culturali e religiose per i 550 anni dalla sua morte non siano in realtà così lontane.

L’appuntamento di questo mese con la rubrica “Conosciamo san Giacomo” vuole ripercorrere il racconto degli ultimi momenti di vita del francescano piceno descritti dal suo biografo, fr. Venanzio da Fabriano; inoltre due rappresentazioni artistiche conservate presso il convento e la chiesa dei Frati Minori a Monteprandone farà da guida per alcune considerazioni.

EMIDIO TEGLI, Morte di san Giacomo della Marca, Monteprandone, chiostro del convento.

CESARE PERUZZI, Morte di san Giacomo della Marca, Monteprandone, chiesa di S. Maria delle Grazie.

 

 

 

 

 

 

I

 

 

Incominciando proprio dalle due immagini, riprodotte qui sopra, è possibile vedere il particolare di una delle lunette del chiostro: l’artista ascolano Emidio Tegli nel 1848, dipingendo in venticinque scene gli episodi principali legati al Marchigiano, nell’ultima raffigura il religioso in punto di morte, ponendolo in mezzo a un gruppo di confratelli, che afflitti e in preghiera assistono il loro padre.

Anche l’opera esposta nella chiesa monteprandonese di S. Maria delle Grazie affronta lo stesso tema: il pittore Cesare Peruzzi, nativo della provincia di Macerata, rappresenterà nel 1926, per il secondo centenario della canonizzazione, il francescano su un povero giaciglio, attorniato da tre soli confratelli.

Da notare il ricorso a specifici dettagli: Tegli insiste sulla coralità del momento e l’attimo preciso della morte viene reso come un lungo sospiro che esce dalla bocca di Giacomo e si fa pura colomba, simbolo dell’anima che vola verso il cielo, nell’angolo di sinistra dell’immagine, lì avvolta da intensa luce; Peruzzi offre allo spettatore una scena di più immediata quotidianità, con in primo piano oggetti semplici di una vita semplice (uno strofinaccio, un piatto, una brocca), rendendo maggiormente realistici i tratti dei volti e dando l’impressione di un contesto ‘meno solenne’, intervallato solo dalla grande aureola che già avvolge il capo del futuro santo.

Tenendo comunque ben presenti le diverse abilità artistiche dei due pittori e il loro operato a quasi otto decenni di distanza, è interessante capire come invece l’episodio della morte di Giacomo venga restituito da Venanzio da Fabriano: nella sua viva testimonianza, in una lingua tra l’italiano di fine Quattrocento e strascichi di latinismi e influssi regionali, così racconta quel 28 novembre del 1476:

Et vennero li frati et recomandano l’anima et illo proprio ce adiutava ad recomandare l’anima; de continuo havea quilli dolori et sempre chiamava Jesù, Maria et sempre teneva le mei mano con le soi; quando li veneva quilli dolori che erano como lanczate et durava per una avemaria, luj et io chiamavamo Jesù, Maria, paxio Christi benedicti, et luj più volte me havea dicto che quando luj fosse al punto de la morte, io de continuo chiamasse Jesù alle orecchie, et perchè lui me teneva per le mani io non me poteva accostare alle orecchie, ma cossì de continuo lo chiamavo con grande divotione; et venne a manchare la parola che non poteva più parlare et quando veneano quilli doluri sì grandi et quillo alczava le mano in alto insieme con le mej, con li occhi al cielo levati, con quilli resguardi pietosi et divoti, con le lagrime a li occhj; et cossì fece tre volte questa elevatione, como io ho dicto, et la tercza fiata in quella elevatione spirò, sempre tenendo le mie mano con li soj, et fo a 28 novembro de jovedì, la matina a le 15 hore, 1476.

La rubrica “Conosciamo san Giacomo” e tutto il Centro Studi augurano ai lettori buona festa di san Giacomo della Marca.